Cosa significa per te aver fatto un progresso nella vita? Molto spesso, senza accorgersene, capita di ricercare il proprio benessere in cose o situazioni che solo in apparenza sembrano garantirlo. Salvo renderti conto, non appena le hai ottenute che queste non sono comunque in grado migliorare la qualità della tua vita.

L’UNITA’ DI MISURA DEL PROGRESSO misura-felicita

Il problema del Sistema attuale non è nel “come”, “quando” e “quanto” denaro emettere, semmai è nel “perchè”. Il problema è nel come misuriamo la nostra felicità. Che cosa intendi con la parola benessere? Intendi avere l’ultima tecnologia disponibile sul mercato? Garantirti le maggiori comodità possibili, sempre e comunque? Oppure c’è qualcos’altro di cui ti sei dimenticato?

Forse è giunto il momento di accorgerci che dobbiamo cambiare l’unità di misura del nostro progresso.

Ti faccio un esempio. Se prendo un bimbo e mi impegno a farlo crescere, gli darò cibo a sufficienza perché sia ben alimentato. Seguirò tutti i parametri nutrizionali: proteine, carboidrati, grassi, minerali e vitamine. Più mangerà e più crescerà. Ma quando il bimbo sarà cresciuto e, compiuti i 18 anni, sarà diventato adulto, non potrò insistere nel riempirlo di cibo. Altrimenti anziché crescere in altezza inizierà a crescere in larghezza, e anziché stare in buona salute, si ammalerà.

Perciò quando un bambino cresce devo cambiare il modo in cui nutrirlo. Magari, al posto di dargli solo un piatto di pasta, gli proporrò un libro da leggere, e lo farò crescere intellettualmente. E così la mia unità di misura della “crescita”, ossia del progresso, anziché essere legata all’aspetto fisico, sarà legata all’aspetto interiore dell’essere umano.

IL PROGRESSO DAL PUNTO DI VISTA ECONOMICO

L’economia funziona allo stesso modo. Il mondo occidentale ha raggiunto livelli di consumo tali per cui non può crescere oltre. Non può più basarsi sul consumo materiale esasperato che non tiene in considerazione anche dell’ambiente in cui viviamo. Ricorda che siamo ospiti di questo pianeta per la durata della nostra breve esistenza.

1968: Senator Robert Kennedy speaking at an election rally. (Photo by Harry Benson/Express/Getty Images)

In proposito, vorrei citare il discorso di colui che considero uno degli ultimi veri politici che hanno solcato questa Terra: Robert Kennedy, detto Bob, fratello di John F. Kennedy.

Era il1968, tre mesi prima che qualcuno gli sparasse nel retro dell’hotel “Ambassador” di Los Angeles. Poco prima aveva annunciato la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.

«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno. Ma quel PIL…comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.

Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.

Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari… Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane.

Ma il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.

Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio. Né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

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Articolo estratto dal libro “Liberi dal Sistema – La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè” di Enrico Caldari.

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